Descrizione
Oggi ti racconto la storia dell’Elea 9003, il primo calcolatore elettronico commerciale italiano: un’avventura tra Olivetti, ricerca, transistor e design che ha provato a portare l’Italia nel futuro dell’elettronica.
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Fonti dell'episodio
Maurizio Gazzarri - Elea 9003. Storia del primo calcolatore elettronico italianoGiuditta Parolini - Mario Tchou: Ricerca e sviluppo per l'elettronica Olivetti
Elea classe 9000 (Nelo Risi, 1960)
Crediti
Sound design - Alex RaccugliaVoce intro - Maria Chiara Virgili
Voce intro - Spad
Musiche - Kubbi - Up In My Jam, Light-foot - Moldy Lotion, Creativity, Old time memories
Suoni - Zapsplat.com
Cover e trascrizione - Francesco Zubani
Mostra testo dell'episodio
Quello che segue è lo script originale dell'episodio.
Introduzione
Come ormai saprai, se ascolti questo podcast da un po’, io amo parlare di software, di intelligenza artificiale, di cloud e di tutte le tecnologie che stanno cambiando noi e il nostro presente. Ma credo anche che sia importante guardare al passato.
Di tanto in tanto, secondo me, è fondamentale voltarsi indietro, sopratutto quando scopriamo che tante delle cose che oggi diamo per scontate hanno radici profonde, e a volte sorprendenti, proprio qui in Italia.
Oggi, infatti, voglio raccontarti una storia particolare: una storia di visione, di ingegneria, di design e di coraggio. La storia di come, in un paese che si stava ancora rialzando dalla guerra, un gruppo di persone straordinarie ha realizzato un prodotto talmente innovativo da essere quasi incompreso.
Dopo la sigla, dunque, parleremo dell’Elea 9003, il primo calcolatore elettronico commerciale prodotto in Italia e uno tra i più tecnologicamente avanzati del suo tempo a livello mondiale.
Ivrea e la Olivetti
Questa storia ha inizio ad Ivrea, una cittadina piemontese situata quasi al confine con la Valle d’Aosta. Siamo nei primi anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale e l’Italia è ancora un Paese di metalli, di cantieri, di macchine basate su tecnologie meccaniche.
È un periodo nel quale molte aziende e diversi enti pubblici si sono dotati di cosiddetti centri meccanografici: laboratori attrezzati con macchine adibite all’elaborazione automatizzata dei dati, ma ben lontane dai cervelli elettronici di stampo inglese o americano.
Macchine che, al crescere della mole dei dati trattati, diventano rapidamente inefficienti e lente. Ma, soprattutto, macchine non universali, cioè in grado di risolvere solo i pochi e specifici problemi per i quali sono state appositamente costruite.
Ad Ivrea, però, sorge la sede della Olivetti, azienda storica di proprietà dell’omonima famiglia e, all’epoca, specializzata nella produzione di macchine da scrivere e calcolatrici meccaniche di altissima qualità.
La Olivetti non è solo un’impresa: è una eccellenza nel suo campo, nonché un vero e proprio laboratorio sociale.
L’allora direttore, Adriano Olivetti, personaggio enigmatico ed imprenditore illuminato, crede fermamente che la produzione industriale debba essere al servizio dell’uomo, non il contrario.
Dunque, possiamo facilmente immaginare come la sua convinzione che Il progresso deve guidare la società verso Verità, Giustizia, Bellezza e Amore - solo una delle tantissime frasi che potremmo citare dai suoi discorsi - sia una bussola morale per l’intera azienda.
Volendo fissare una data di inizio per questa storia, possiamo certamente considerare simbolico l’anno 1949, quando il premio Nobel per la fisica Enrico Fermi fa visita agli stabilimenti della Olivetti.
Non abbiamo resoconti ufficiali di quel giorno e non sappiamo se Adriano fosse presente o meno, ma è bello pensare ai due personaggi che chiacchierano e si confrontano su temi di tecnologia, scienza, catene produttive e innovazioni future.
Probabilmente non è andata veramente così, ma in caso contrario, potremmo ben star certi che il fisico avrebbe scorto nell’imprenditore non solo un produttore di macchine meccaniche, ma un potenziale pioniere della nascente elettronica.
D’altronde, proprio in quegli anni, oltreoceano questa branca dell’ingegneria sta prendendo sempre più spazio nel panorama dell’automatizzazione, con la sua possibilità di risolvere qualsiasi problema traducibile in algoritmo, e la Olivetti è la candidata perfetta per raccogliere la sfida in Italia.
Michele Canepa e il viaggio in America
Nel frattempo, nel Settembre di quello stesso anno, un giovane laureando in ingegneria, al secolo Michele Canepa, risponde ad un annuncio di lavoro pubblicato sul Corriere della sera e, pochi giorni dopo, si ritrova a Milano a sostenere un colloquio a tu per tu con Adriano Olivetti.
La Olivetti non è un’azienda piccola ma Adriano, quando può, ama dedicare il proprio tempo anche al reclutamento del personale. Il fatto che proprio quel giorno incontri Canepa è probabilmente un vero colpo di fortuna.
Il giovane, pur non essendo ancora laureato, fa infatti un’ottima impressione sull’imprenditore, e quest’ultimo lo esorta a completare gli studi prima di ripresentarsi: la Olivetti lo aspetterà e lo assumerà allora.
Così, il 2 Gennaio 1950 Michele Canepa, divenuto ufficialmente ingegnere, inizia il suo nuovo percorso lavorativo presso l’azienda di Ivrea e immediatamente si distingue per le sue capacità tecniche.
Nel successivo mese di Agosto una delegazione mista composta da ingegneri della Olivetti e dell’Istituto Nazionale per le Applicazioni del Calcolo dell’Università di Roma parte per gli Stati Uniti.
La missione è visionare e studiare le calcolatrici elettroniche d’oltreoceano per acquisire le conoscenze necessarie alla progettazione e realizzazione di un prodotto simile in Italia. E Canepa è la figura perfetta per questo scopo.
Il viaggio sarebbe dovuto terminare dopo un mese - a inizio Settembre - ma i vari incontri si protraggono fino ad Ottobre e, sopratutto, fanno acquisire alla Olivetti la consapevolezza che per la costruzione di una calcolatrice elettronica vi sono molti ostacoli da superare.
Non a caso, da Ivrea si decide di non far rientrare Canepa, al quale viene data la possibilità di lavorare attivamente alla realizzazione del calcolatore MarkIV presso il Computational Laboratory di Harvard.
Qui l’ingegnere si distingue in fretta: contribuisce a progettare l’addizionatore del Mark IV, migliorandone l’impostazione iniziale; e in seguito viene coinvolto nella progettazione e realizzazione del moltiplicatore e del divisore.
In poco più di anno, riesce da un lato ad apprendere varie tecniche e tecnologie innovative e dall’altro metodi nuovi di lavoro. Sopratutto, scopre che la vera innovazione nasce dalla libertà di sperimentare e dalla possibilità di sbagliare e ricominciare.
Acquisisce una visione diversa e si convince che l’Italia, ancora dominata dalla meccanica, può anch’essa aspirare a costruire il proprio cervello elettronico. Al suo ritorno nel 1952, però, scopre anche che la realtà è ben più incerta: le risorse sono scarse, i componenti costosi, le linee di credito limitate.
La Olivetti prova ad intraprendere un primo timido progetto: la realizzazione di un prototipo di macchina calcolatrice elettronica finalizzata alla gestione di conti correnti bancari.
Ma un conto è progettare un prototipo rudimentale e a scopi di studio, e tutt’altra storia è immaginare una macchina capace di soddisfare davvero le esigenze di un istituto bancario con migliaia di correntisti ed innumerevoli operazioni.
E poi gli scaffali dei magazzini ad Ivrea sono ancora pieni di macchine da scrivere e gli affari della storica divisione vanno a gonfie vele. È difficile giustificare - o anche solo pensare - ad un cambio di direzione improvviso.
Ma la scintilla ormai è accesa: Canepa porta con sé un nuovo bagaglio di conoscenze e, soprattutto, la convinzione che il progetto di un calcolatore elettronico ideato e costruito in Italia sia in qualche modo possibile.
Pisa, la scommessa accademica e Mario Tchou
1954: sono trascorsi un paio d’anni dal ritorno di Canepa dagli Stati Uniti e i Comuni di Pisa, Lucca e Livorno - e le rispettive Province - stanziano una grossa cifra per sovvenzionare la realizzazione di progetti tecnologici innovativi.
Il fisico Marcello Conversi, sostenuto dall’Istituto di Fisica e la facoltà di Scienze, propone al rettore dell’Università di Pisa una scommessa audace: costruire una calcolatrice elettronica tutta italiana.
L’idea è accolta inizialmente con un certo scetticismo ma fortunatamente, pochi giorni dopo la proposta, il rettore Avanzi riceve una lettera da parte del già citato premio Nobel Enrico Fermi che dichiara il suo pieno supporto all’iniziativa, conferendole autorità e, soprattutto, credibilità.
La strada diviene quindi praticabile e sostenibile, tuttavia, la mancanza di un partner industriale rimane un ostacolo non da poco: è impensabile per i soli ambienti accademici poter tirare su l’intera catena di produzione e approvvigionamento da zero.
La necessità di una collaborazione con il settore privato è evidente a tutti e la Olivetti, con la sua capacità produttiva, le sue conoscenze di elettronica e la sua visione umanistica, appare la candidata perfetta per ricoprire il ruolo di partner.
Come abbiamo già detto, in Olivetti la strada della calcolatrice elettronica era già stata tracciata qualche anno prima da Michele Canepa, tuttavia una collaborazione del genere richiede una figura che abbia non solo competenze tecniche ma anche capacità organizzative e di mediazione.
C’è un’altra figura al tempo in azienda che potrebbe ricoprire il ruolo di direttore e coordinatore tra il mondo industriale e quello accademico per un così importante progetto, ed è l’ingegnere Mario Tchou.
Nato a Roma da genitori cinesi e formatosi prima all’Università La sapienza di Roma e poi alla Catholic University of America di Washington e infine al Politecnico dell’Università di New York, Mario insegna da un paio d’anni alla Columbia University quando incontra per la prima volta Adriano Olivetti.
È il 1954. Nel mese di Agosto l’imprenditore è a New York per partecipare ad una conferenza e, tramite un collaboratore per il commercio estero, viene messo in contatto con il giovane ingegnere.
Non sappiamo quale sia l’argomento dell’incontro, fatto sta però che poco dopo Mario richiede un periodo di aspettativa alla Columbia a partire dalla metà dell’Ottobre successivo per tornare in Italia.
Forse si tratta solo di nostalgia di casa o forse il giovane è rimasto colpito dai progetti della Olivetti. Ciò che è certo, però, è che Adriano ha colto le qualità di Mario perché all’inizio dell’anno successivo lo assume e lo mette a capo del nascente progetto della calcolatrice elettronica.
Tchou con il suo approccio americano - gestione flessibile, fiducia nei talenti, poca burocrazia - ottiene subito il favore della sua controparte nell’Università di Pisa - cioè Marcello Conversi - e dimostra immediatamente di avere la necessaria competenza e capacità organizzativa per dirigere l’intera impresa.
La villa di Barbaricina
Il 9 Marzo 1955 nasce ufficialmente il nuovo Centro Studi per le Calcolatrici Elettroniche della Olivetti e, dal 1 Maggio, ne viene incaricato della direzione Mario Tchou.
L’ingegnere italo-cinese mette subito a disposizione tutte le proprie conoscenze e fornisce un piano di lavoro che prevede la realizzazione di una prima calcolatrice elettronica nel giro di quattro anni e mezzo.
L’idea è quella di avviare il progetto con cinque ingegneri e incrementare poi il team nel corso del tempo fino a raggiungere le venti unità. In tal senso il nome di Olivetti fa certamente da apripista e in seguito all’offerta di lavoro arriveranno da tutta Italia ben 230 candidature.
Dati quindi i progetti futuri e intuito da subito, da parte di Tchou, che gli interessi della Olivetti e quelli dell’Università di Pisa non coincidono al 100%, e visti gli spazi limitati dell’Istituto di Fisica, si rende necessario individuare una location nella quale portare avanti i lavori.
La scelta ricade su una stupenda villa in stile liberty situata in aperta campagna a Barbaricina, una piccola frazione di Pisa.
Le pareti ornate di stucchi o i soffitti alti ed affrescati non appaiono certo la scelta migliore per allestire un laboratorio ma è evidente che Mario deve aver visto in tale sede qualcosa di estremamente invitante, forse, prima fra tutte, la possibilità lavorare in tranquillità e circondati dal verde. Presupposto certamente in linea con il modo di ragionare della Olivetti al tempo.
È qui, dunque, che, dopo alcuni mesi di lavori edili per adeguare gli spazi, Tchou trasferirà l’LRE - cioè il Laboratorio di Ricerche Elettroniche - e tutta la sua squadra di ingegneri, tra i quali spiccano personaggi che diventeranno future leggende come ad esempio PierGiorgio Perotto - padre della Programma 101, di cui parleremo approfonditamente in un futuro episodio.
A questo punto, può finalmente prendere il via la realizzazione dei primi due prototipi del progetto. A Barbaricina, la Olivetti lavora per realizzare quella che viene denominata la Macchina Zero e contemporaneamente, all’Istituto di Fisica di Pisa si lavora invece alla Macchina Ridotta.
La prima servirà come base per la produzione di un modello commerciale. La seconda avrà il compito di verificare la bontà delle soluzioni tecniche del progetto e, sua volta, fungerà da base per la futura Macchina Definitiva.
Le menti all’opera sono eccelse, l’entusiasmo è a mille e le premesse ottime, tuttavia c’è un problema che inizia a stagliarsi all’orizzonte: per quanto avanzati, entrambi i progetti in fase di realizzazione sono pensati per utilizzare valvole termoioniche.
Le valvole termoioniche, pur rappresentando la tecnologia più utilizzata al momento, nonché quella più semplice da reperire e da implementare, soffrono di vari limiti, tra i quali l’essere ingombranti e l’andare soggette a surriscaldamento.
Visto ciò che accadrà da qui a qualche anno, è lecito immaginare che, già nei primi mesi del progetto, Mario, i suoi ragazzi e la Olivetti siano consci del fatto che non è possibile costruire il futuro utilizzando una tecnologia del passato.
Da un lato serve sviluppare competenze e realizzare prototipi per sperimentare soluzioni con ciò di cui si dispone nell’immediato, certo, ma dall’altro è anche importante guardarsi attorno e recepire ed includere le migliori innovazioni provenienti da tutto il mondo.
La sfida dei transistor
1956 . È trascorso un altro anno.
Già da qualche tempo, da oltreoceano arrivano notizie riguardo una certa innovazione tecnologica che sembra destinata a soppiantare le valvole termoioniche. Questa innovazione è il transistor.
Nell’Aprile del 1955, mentre Mario Tchou sceglieva la villa di Barbaricina come futura sede dell’LRE, negli Stati Uniti, la IBM annunciava l’avvio della produzione di un nuovo modello di calcolatrice commerciale chiamata 608.
Questo prodotto è particolarmente interessante per il gruppo di ingegneri della Olivetti perché si tratta di una calcolatrice a transistor il cui prototipo, però, risalente solo all’anno precedente, si basava invece su valvole termoioniche.
Quello fatto da IBM è proprio il tipo di cambio di passo di cui ha bisogno il progetto di Barbaricina e l’annuncio non passa quindi inosservato in particolare a Roberto Olivetti - figlio di Adriano - che lavora alacremente per procurarsi campioni e informazioni sui prodotti dei concorrenti statunitensi.
Appare chiaro ai più lungimiranti che per l’azienda di Ivrea è giunto il momento passare a questa nuova tecnologia, ma i costi non sono affatto banali e non si può immaginare che l’altra area dell’azienda - cioè la divisione che produce macchine da scrivere e calcolatrici meccaniche - li assorba per sempre.
Le sovvenzioni regionali non sono sufficienti - tanto più perché Adriano, per spingere la collaborazione, ha rinunciato a gran parte di esse a favore del partner universitario - e anche se il mercato internazionale sta andando nella nuova direzione dell’elettronica, in Italia la maggior parte delle aziende e della politica non sembra ancora averlo capito: quindi non c’è da aspettarsi aiuti dallo Stato.
La migliore opzione possibile, dunque, diventa quella più audace: produrre transistori direttamente in Italia, senza importarli dai concorrenti d’oltreoceano. Una scelta che non solo riduce i costi a lungo termine, ma permette anche di vendere componenti ai concorrenti.
Nasce così, il 16 Ottobre del 1957, dopo una serie di trattative tentate con varie aziende italiane, la SGS - Società Generale Semiconduttori: una collaborazione tra Olivetti e Telettra, azienda -sempre italiana - che costruisce apparati di telecomunicazione.
Nello stabilimento di quest’ultima, situato ad Agrate Brianza, inizia quindi la produzione di transistor, diodi ed altri componenti indispensabili alla realizzazione di calcolatrici elettroniche.
Si tratta di un’impresa ambiziosa che, purtroppo, non decollerà prima di un paio d’anni dall’avvio e, di conseguenza, condizionerà l’uscita delle calcolatrici commerciali della Olivetti. Al tempo stesso, però, rappresenterà anche un grande passo avanti nella diminuzione delle dimensioni dei prodotti dell’azienda di Ivrea.
Tra l’altro, la SGS sarà anche una importante esperienza formativa per Federico Faggin - padre del moderno microprocessore - che nel frattempo si è unito al Centro Studi per le Calcolatrici Elettroniche di Tchou.
Il design di Ettore Sottsass
Il passaggio dalle valvole ai transistor contribuisce certamente a ridurre le dimensioni della Macchina Zero, ma non la rende meno un ammasso inguardabile di cavi e circuiti. Se si vuole ottenere un prodotto appetibile per il mercato - secondo Adriano - è indispensabile renderla un oggetto di design.
D’altronde l’intera storia della Olivetti ci insegna che design e comunicazione sono elementi indispensabili per quella che viene chiamata la narrazione del prodotto. Dalla lettera 22 alla Divisumma, le caratteristiche estetiche e di marketing dei prodotti Olivetti sono sempre state studiate fin nei minimi dettagli.
Così, nel Dicembre 1957 l’architetto Ettore Sottsass, accompagnato dallo stesso Adriano che lo ha scelto per il compito di vestire il prototipo, fa visita per la prima volta al laboratorio di Barbaricina, con l’obiettivo non solo di vedere il prodotto ma sopratutto di conoscere la mentalità dei suoi autori.
Il lavoro che svolgerà Sottsass nei mesi successivi è a dir poco avvenieristico ed è anche perfettamente in linea con le idee della Olivetti: una fusione di funzionalità ed estetica.
Innanzitutto, nella maggior parte delle altre calcolatrici elettroniche realizzate fino a quel momento nel mondo, gli armadi che contenevano le varie componenti erano addossati alle pareti, per cui la loro altezza non rappresentava un problema.
La Macchina Zero, invece, è costituita da armadi che devono essere accessibili da entrambi i lati e, dunque, posizionati in mezzo alla stanza. Per questo motivo l’architetto decide di ridurne l’altezza per far sì che i tecnici possano vedersi e parlarsi.
Poi, per facilitare la manutenzione - che all’epoca era giornaliera -, gli armadi vengono anche dotati di bande colorate differentemente a seconda della funzionalità e di una struttura con un’ala centrale fissa e due laterali incernierate.
Infine vengono attuate una serie di manovre per ripulire e stilizzare la macchina: i cavi, inizialmente stesi a terra, vengono sollevati e incanalati con strutture che sembrano ponti tra le diverse unità della calcolatrice.
Le porte vengono realizzate in alluminio anodizzato color argento, mentre le teste delle viti a brugola - sporgenti - in colore nero. E infine il tocco da maestro: una serie di lucine al neon danno l’impressione che la macchina stia pensando.
Data la sua destinazione ad ambienti di lavoro collettivi, la calcolatrice elettronica diventa così un personaggio intorno al quale si viene a creare un’atmosfera particolare.
Sottsass elabora persino il logo che è inspirato da un dettaglio di uno dei componenti: una matrice di linee orizzontali, verticali e diagonali che astrae l’intreccio di fili di rame e anelli di ferrite che componevano la memoria della calcolatrice.
Nasce l’Elea 9003
Mentre Sottsass è al lavoro sul design, la Macchina Zero viene trasferita da Barbaricina ad Ivrea e i lavori prendono due direzioni parallele.
Il team di ingegneri di Mario avvia sia la costruzione di un secondo prototipo - la Macchina 1V - ancora quasi esclusivamente a valvole, sia la progettazione del Modello 1T, cioè la versione definitiva incentrata su transistor.
La 1T è l’obbiettivo finale del dipartimento. Modello per la futura produzione in serie, è concepita per trattare grandi flussi di dati alfanumerici provenienti da origini diverse, registrati su supporti fisici diversi e funzionanti a velocità diverse.
Tra apparecchiature di conversione da schede perforate a nastro magnetico, bande di carta perforata e stampanti, la 1T possiede una modularità estremamente avanzata per il mercato italiano.
Non è l’unica calcolatrice elettronica a transistor del mondo, né l’unica con quel tipo di caratteristiche, ma è certamente al passo con i principali modelli in commercio della sua epoca.
I prodotti Olivetti, però, hanno da sempre un’altra caratteristica fondamentale che li contraddistingue: un nome evocativo e facile da ricordare, con un senso per il prodotto in sé ma anche con un richiamo a concetti più profondi.
Una scelta così difficile per un progetto di questo calibro non può che essere affidata a Franco Fortini, poeta e intellettuale, già collaboratore dell’azienda di Ivrea nonché ideatore di nomi per altri prodotti famosissimi come la Olivetti Lettera 22.
Oltre all’estrema innovatività del nuovo calcolatore, fondamentale per l’azienda è anche la necessità di sottolineare la connessione tra uomo e macchina. A tal scopo, il nome ELEA appare la scelta migliore.
Da una parte, acronimo di Elaboratore Elettronico Aritmetico. Dall’altra, riferimento alla scuola filosofica della città di Elea secondo cui lo sviluppo della conoscenza è possibile solo a partire da basi e premesse certe e, quindi, solo con le elaborazioni del pensiero, tramite metodi matematici, è possibile giungere alla verità, all’unicità dell’essere.
La vecchia Macchina Zero viene quindi ribattezzata Elea 9001, la Macchina 1V diventa Elea 9002. Mentre la futura 1T - destinata al mercato - si chiamerà Elea 9003
Anche la scelta della parola elaboratore è significativa, perché si tratta di una macchina universale e lo si vuole far capire. Significativo, poi, è il fatto che da questo momento per i sistemi elettronici programmabili vengano utilizzate le parole al maschile - calcolatore, elaboratore e, di lì a poco, computer.
Tutto è ormai pronto per il lancio sul mercato, il primo ordine ufficiale è già stato ricevuto ed è in lavorazione. Purtroppo, però, Adriano Olivetti non fa in tempo a vedere quel primo esemplare venduto di Elea 9003, perché muore il 27 febbraio 1960.
Dal laboratorio alla realtà
Il primo calcolatore Elea 9003 viene ufficialmente consegnato alla società Marzotto il 23 settembre 1960. L’unità centrale può elaborare centomila informazioni al secondo, eseguire fino a diecimila operazioni al secondo, gestire fino a venti unità di nastro magnetico, garantendo l’elaborazione di grandi quantità di dati.
Senza Adriano alla Olivetti vengono improvvisamente a mancare la visione e lo sguardo aperto verso il futuro. Ma anche di questo argomento parleremo più approfonditamente in un prossimo episodio.
Ad ogni modo, il nuovo presidente Pero e i nuovi vertici aziendali confermano la linea dell’elettronica. Anche perché stanno arrivando nuovi ordini per l’Elea 9003, che prefigurano un potenziale rientro dell’investimento in tempi ragionevoli.
Il secondo esemplare viene ordinato dal Monte dei Paschi di Siena, viene costruito pezzo per pezzo e, nell’aprile 1961, viene assemblato presso gli uffici direzionali della banca. Un anno e mezzo di lavoro. E non è finita.
Alla fine sarà necessario convertire oltre un milione e centomila schede perforate su nastri magnetici per completare la transizione al nuovo sistema dei conti correnti, dei depositi a risparmio e di tutte le attività fino alle buste paga dei dipendenti.
L’Elea 9003 ha bisogno di controlli e di manutenzione quotidiani e la Olivetti distacca a Siena un piccolo team di tecnici che ogni notte verificano il funzionamento di ogni parte del calcolatore, affinché la mattina dopo si possa ripartire senza problemi con il lavoro.
Seguono poi altri ordini. In totale sono 35 gli esemplari prodotti e distribuiti tra banche, grandi aziende, ed enti pubblici. Nessun ordine o sostegno arriva dal governo: i ministeri continuano a preferire i prodotti IBM.
Fuori dall’Italia, poi, l’Elea 9003 riscuote un discreto successo. Viene esposto a Mosca nel 1961 - cosa che richiede la spedizione di ben 12 tonnellate di attrezzatura - e le riviste tecniche americane e sovietiche ne parlano come entusiasmo.
La diffusione sul mercato, seppur limitata, dimostra che negli anni ‘60 una piccola impresa italiana può ancora competere a livello globale nel campo dell’elettronica, malgrado gli ostacoli, le difficoltà e la necessità di remare controcorrente rispetto alle convinzioni nazionali.
Dalla base della 9003, nasceranno poi il successivo modello 9004 e le serie 6000 e 4000 che avranno anch’esse una buona diffusione. In particolare la 4000 vedrà oltre quarantamila esemplari prodotti.
Dopo quindici anni da quando Adriano Olivetti inizia a immaginare il passaggio all’elettronica per la sua azienda, l’Elea 9003 non è solo una macchina o un prodotto. È la dimostrazione che la forza delle idee può parlare il linguaggio del futuro.
Conclusione
Bene, spero che questa storia ti sia piaciuta e ti abbia affascinato tanto quanto è piaciuto a me studiarla e raccontartela. Io ho sempre avuto un debole per la storia della Olivetti e mi piacerebbe produrre altri episodi sul tema.
Mi interessa però sapere anche tu cosa ne pensi. Ti piace l’argomento, lo stile, la durata, la densità di informazioni? Si riesce a seguire senza troppe difficoltà? Scrivimi il tuo feedback a valerio@pensieriincodice.it (mi raccomando con 2 i).
Se poi ti va di approfondire la storia dell’Elea 9003, trovi in descrizione i link affiliati Amazon ai libri che ho utilizzato come fonti e anche un link YouTube al documentario originale della Olivetti sulla serie Elea 9000 con la partecipazione dello stesso Mario Tchou.
Prima di lasciarti, ti ricordo come sempre che Pensieri in codice è un progetto indipendente, che realizzo nel mio tempo libero. È senza pubblicità perché non mi va che veniate tracciati e quindi si basa totalmente sulla filosofia del Value4Value.
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Un grazie specialissimo, inoltre, va a Giuseppe Pugliese che ha brillantemente curato il montaggio di questo episodio, dandogli tutto un altro carattere e dimostrato, ancora una volta, le sue abilità da sound designer!
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E direi che per oggi è tutto. Noi ci sentiamo al prossimo episodio e non dimenticare mai che Un informatico risolve problemi, a volte anche usando il computer.
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