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Quello che perdiamo quando non perdiamo nulla

Testo adattato da Engram con claude-sonnet-5-5 a partire dall'episodio 149

Esiste un legame profondo tra la tecnologia che utilizziamo ogni giorno e il modo in cui la nostra mente conserva i ricordi. Va ben oltre il classico esempio secondo cui, da quando tutti usiamo la rubrica dello smartphone, nessuno è più in grado di memorizzare nemmeno un numero di telefono.

Qualche tempo fa ho partecipato a una interessante conversazione con un’amica, nella quale abbiamo confrontato le nostre visioni sull’importanza di conservare e, soprattutto, rileggere i messaggi scambiati via chat.

Da quella discussione sono scaturite tutta una serie di riflessioni e di approfondimenti, che si sono ampliati e alla fine si sono trasformati in quello che segue.

La memoria non è un archivio

Hai mai riflettuto sul fatto che, da quando abbiamo accesso a tecnologie in grado di memorizzare informazioni, come le app di messaggistica o le fotocamere digitali, sembra sempre più naturale l’idea che ricordare il più possibile sia meglio che dimenticare?

Che avere più informazioni sul nostro passato significhi automaticamente essere più vicini alla verità riguardo a un evento che abbiamo vissuto, a un discorso a cui abbiamo partecipato o a una sensazione che abbiamo sperimentato?

Questa convinzione si basa su un semplice fatto: ormai, sempre più spesso, il passato, almeno in parte, è effettivamente ancora lì a nostra disposizione. Precisamente, diligentemente e immutabilmente cristallizzato nei nostri dispositivi, nel cloud o, in generale, in qualche archivio digitale.

Basta aprire una chat e possiamo rileggere facilmente conversazioni di mesi fa, di anni fa, parola per parola, come se quel momento fosse rimasto sospeso, sempre disponibile, pronto per essere consultato ogni volta che ne abbiamo voglia.

Nelle gallerie dei nostri smartphone, poi, abbiamo decine o migliaia di fotografie, filmati e screenshot, che immortalano attimi importanti delle nostre vite e di coloro che abbiamo intorno.

E vogliamo parlare di cosa pubblichiamo sui social? Attimi fugaci delle nostre giornate, avvenimenti che hanno suscitato in noi emozioni particolari, esternazioni di affetto, ricordi che vogliamo condividere con il mondo.

Tutto questo è estremamente semplice e accessibile e, come conseguenza naturale, piano piano ci siamo convinti che sia meglio così. Che non sia più necessario né desiderabile affidarci alla nostra memoria, perché tanto possiamo andare a recuperare cosa è stato davvero detto o scritto o è accaduto, con massima precisione e minimo sforzo.

Ma se questa convinzione non fosse poi così corretta?

A volte sarà accaduto anche a te che, rileggendo una chat o riascoltando un vocale, il discorso non ti appaia chiaro come lo ricordavi. Oppure che le sensazioni che provi riguardando un video non coincidano esattamente con quello che ti aspettavi.

Ti potrebbe essere capitato di dare interpretazioni diverse a parole e conversazioni del passato, arrivando perfino a stravolgerne il significato, per poi renderti conto di aver basato comportamenti e reazioni successive su premesse e supposizioni che ora ti appaiono sbagliate o fuori fuoco.

E quel maxi evento dove ricordavi di aver incontrato quel vecchio compagno di scuola? Com’era vestito? Aveva la barba? Lo cerchi nella galleria, scorri centinaia di foto, eppure non riesci a ritrovarne una che lo riguardi in quel momento, e allora inizi a dubitare: forse era un altro periodo o un altro evento?

Stiamo parlando quasi di un paradosso. Abbiamo tutte le informazioni archiviate, una precisione assoluta, un accesso rapido e semplice, eppure a volte il risultato è che manca qualcosa rispetto ai nostri ricordi, oppure che le due fonti non corrispondono perfettamente.

In realtà, a pensarci, la sensazione è che rileggere, riascoltare o rivedere non sia la stessa cosa che ricordare. È come se tra quello che ricordi che è accaduto e quello che invece è stato registrato ci fosse una certa differenza.

Ecco, se anche a te è mai capitato di provare qualcosa del genere, sappi che è perfettamente normale e che la colpa non è della tua memoria che fa cilecca. Dipende invece dal fatto che, con la complicità della tecnologia, stiamo iniziando a trattare i ricordi nel modo sbagliato.

Dimenticare è utile

Per capire a pieno il discorso che voglio fare è importante, prima di addentrarci nell’argomento tecnologico, fare una digressione sul funzionamento della memoria, quella umana, intendo, e sulla sua peculiare capacità di lasciare andare, di dimenticare.

Siamo abituati a pensare alla nostra memoria come a qualcosa che dovrebbe somigliare a un archivio: qualcosa che conserva le informazioni nel modo più fedele possibile e che, se funzionasse davvero bene, non dovrebbe perdere mai nulla.

Ci piacerebbe che, una volta imparata una nozione, questa ci rimanesse per sempre. Così come ci sforziamo di memorizzare le date dei compleanni, le cose da fare, le scadenze. A scuola ci facevano studiare le poesie a memoria anche per farci esercitare questa capacità.

E dunque noi viviamo ogni dimenticanza come un fallimento, come un difetto del nostro sistema mnemonico, come un problema da risolvere. Eppure questa visione è in realtà errata.

O meglio: c’è un certo sottoinsieme di informazioni che possiamo riuscire a tenere bene a mente per tutta una serie di ragioni, ma in linea generale il nostro cervello non è fatto per ricordare le cose esattamente, in modo esatto.

Nel libro Perché dimentichiamo, il prof. Sergio Della Sala ci spiega che, secondo recenti studi neuroscientifici, dimenticare non è qualcosa che accade nonostante la memoria, bensì qualcosa che accade proprio perché la memoria possa funzionare.

Nelle prime pagine del libro, Della Sala racconta una piccola disavventura vissuta con un suo amico che si era offerto di andarlo a prendere in aeroporto. All’uscita dai terminal, una volta giunti al parcheggio, i due si rendono conto che l’auto è sparita.

Poiché l’amico è comprensibilmente nervoso, il professore gli chiede se vuole passare a comprare dei tranquillanti in farmacia e, d’improvviso, il malcapitato ricorda di aver parcheggiato proprio davanti alla farmacia per andare a comprare il dentifricio.

Questo breve episodio descrive quel genere di piccola amnesia che sarà capitata sicuramente a tutti almeno una volta nella vita: quando ci chiediamo se abbiamo chiuso il gas o dato le mandate alla porta di casa, se ieri abbiamo acquistato il latte oppure no.

A una prima occhiata superficiale, questo fenomeno potrebbe sembrare un difetto, un errore. Ma alla luce di quanto descritto nel libro del prof. Della Sala appare chiaro che si tratta, invece, di un meccanismo indispensabile perché la nostra memoria funzioni correttamente.

Cosa accadrebbe se ricordassimo ogni singola postazione in cui abbiamo parcheggiato l’auto ogni singolo giorno che ci siamo recati in ufficio? A cosa servirebbe ricordare tutte le volte in cui abbiamo chiuso la porta di casa o il gas in passato?

Invertendo il punto di vista possiamo dire che l’oblio non è affatto una mancanza, ma una strategia, un modo attraverso cui il nostro sistema cognitivo riesce a mantenere un equilibrio, selezionando quello che conta e lasciando andare il resto.

Se non dimenticassimo mai alcunché, infatti, non riusciremmo più a distinguere quello che è rilevante da quello che non lo è. E non saremmo in grado di dare un ordine alle informazioni che abbiamo nella nostra testa.

Nell’esempio dell’auto, se tutte le posizioni dei vari parcheggi del passato restassero disponibili allo stesso livello, finirebbero per sovrapporsi le une alle altre. Così, invece di aiutarci a ricordare dove dobbiamo cercare l’auto oggi, la memoria inizierebbe a confonderci e ostacolarci.

Questo meccanismo della dimenticanza, ovviamente, non riguarda solo il parcheggio o la serratura di casa: governa, in generale, il modo in cui funziona qualsiasi ricordo che transita per la nostra mente.

Ogni volta che ricordiamo qualcosa, infatti, non stiamo recuperando tutto quello che è accaduto, ma stiamo, da un lato, selezionando quello che ci serve e, dall’altro, scartando tutto il resto.

Ciascun ricordo non è una registrazione dell’intero avvenimento, non è un filmato che possiamo rivedere quando vogliamo. È in realtà una selezione di particolari che hanno, per noi, più valore rispetto a tutto il resto.

Questo equilibrio tra quello che resta e quello che viene lasciato indietro è la caratteristica che rende la memoria utilizzabile nel quotidiano. Certamente non un archivio perfetto, ma un’abilità estremamente funzionale per i nostri bisogni.

La memoria è una sintesi

La nostra memoria, dunque, non conserva le cose così come sono successe, come se fosse una specie di telecamera. Quello che realmente fa è molto più simile a creare un proprio racconto dell’evento.

In un racconto non si riportano mai semplicemente i fatti, ma, volenti o nolenti, si dà una forma a ciò che è accaduto, scegliendo una direzione per la narrazione e costruendo un senso ben preciso per l’avvenimento.

Come chiarisce più volte il prof. Della Sala, quello che conserviamo nei nostri ricordi non sono gli eventi in sé, ma il significato che quegli eventi hanno avuto per noi.

I neuroni si connettono fra loro spontaneamente formando reti complesse. Questo processo è guidato dall’interazione con ciò e chi ci circonda: esperienze e stimoli sensoriali rafforzano o modulano queste connessioni.

La memoria è costituita da strati e strati di ricordi che si sovrappongono, si mescolano, spariscono, e a volte riappaiono. Il tutto è influenzato da come quei ricordi li apprendiamo, da come li organizziamo, da quanto spesso li rievochiamo, e via discorrendo.

Ci sarebbe tantissimo da approfondire su questo argomento. Ciò che serve capire a noi ora è che ogni ricordo, fin dall’inizio, non è mai completo. È già, da subito, il risultato di una selezione, una riduzione e una rielaborazione. In pratica è una sintesi soggettiva.

E siccome non è qualcosa che arriva dopo, ma è proprio il modo nel quale il ricordo viene creato, quello che a noi resta non è il passato così com’è accaduto, ma il passato così come lo abbiamo filtrato, riorganizzato e reso coerente rispetto a quello che, in quel momento, aveva senso per noi.

In pratica, anche quando abbiamo la sensazione di ricordare qualcosa con precisione, quello che conserviamo nella mente non è mai una copia esatta del passato, ma è sempre la nostra versione di quel passato.

Una versione che funziona non perché esaustiva e completa, ma perché utile per noi.

La memoria è ricostruttiva

Quando torniamo con la memoria a un nostro ricordo, dunque, non stiamo recuperando semplicemente qualcosa che è rimasto lì cristallizzato e che possiamo far ripartire a piacimento.

In realtà stiamo facendo un’operazione molto più instabile: stiamo ricostruendo una nostra versione di un evento, di un discorso, di un’immagine, o quello che è, a partire da un delicato reticolo di connessioni.

Ogni ricostruzione, da un lato, consolida il reticolo mettendolo in evidenza tra altre migliaia, ma, dall’altro, lo modifica e lo riadatta introducendo piccoli cambiamenti. Anche se siamo convinti che esso sia sempre fedele a se stesso e alla realtà.

Insomma, più accediamo all’informazione in momenti e condizioni differenti, più questa acquista o perde dettagli e particolari. E la cosa più interessante è che tutti gli adattamenti dipendono essenzialmente da noi stessi.

Con il passare del tempo, infatti, viviamo nuove esperienze, capiamo cose che prima ignoravamo, vediamo sotto una luce diversa persone, situazioni, perfino noi stessi, e tutto questo interferisce inevitabilmente nel modo in cui torniamo a reinterpretare il passato.

In pratica ciò che è veramente cambiato, ogni volta che rievochiamo un ricordo, siamo noi: è il modo in cui vediamo i fatti del passato, il modo in cui li colleghiamo, il significato che attribuiamo loro, il punto da cui li stiamo guardando.

La memoria non è, quindi, un archivio immutabile, ma un processo dinamico che si trasforma con l’esperienza. L’azione di ricordare non è un gesto neutro, perché nel momento stesso in cui proviamo a recuperare qualcosa, quella cosa passa di nuovo attraverso di noi.

E questa rielaborazione non avviene nel contesto originale ma nel presente. Avviene nel momento in cui stiamo pensando nuovamente a quel ricordo, tenendo conto di tutto ciò che nel frattempo è cambiato.

L’informazione passa attraverso la nuova versione di noi. Passa attraverso quello che sentiamo adesso. Passa attraverso il contesto in cui ci troviamo adesso. E soprattutto passa attraverso il significato che noi oggi diamo a quell’esperienza.

Per questo motivo, quello che chiamiamo ricordo non è mai semplicemente il passato, ma il passato così come riusciamo a ricostruirlo ora. Con tutte le sue imprecisioni, distorsioni e addirittura invenzioni.

O forse sarebbe più corretto dire le nostre imprecisioni, distorsioni e invenzioni.

Perché, se il ricordo non viene direttamente recuperato ma ricostruito, allora nel momento in cui mancheranno dei pezzi la memoria tenderà a colmare quei vuoti con qualcosa che sia plausibile, coerente e compatibile con il resto della storia.

Quando c’è da raccontare una storia, questa non può essere lacunosa e frammentaria: il cervello umano odia le cose incomplete e quelle che non può spiegare. Pertanto è bravissimo a riempire gli spazi attingendo ad altre fonti come, ad esempio, la fantasia.

Solo che questa operazione la fa nel momento presente, in quello del recupero, partendo da presupposti e condizioni differenti da quelli che vigevano al momento in cui gli eventi si sono verificati. Partendo dal nostro noi attuale.

E il risultato sarà qualcosa che sicuramente avrà un senso, ma che molto probabilmente non sarà esattamente vero in senso stretto.

Rileggere non è ricordare

Veniamo dunque al cuore del discorso. So che la premessa è stata lunghissima, ma era indispensabile, secondo me, per capire il mio punto di vista.

Se, come abbiamo detto, da una parte ci siamo evoluti con una memoria che funziona selezionando, sintetizzando e ricostruendo, dall’altra siamo dotati di strumenti che, almeno in apparenza, fanno esattamente il contrario: conservano tutto, senza lasciar sfumare nulla.

Si tratta di qualcosa che a una prima occhiata ci fa pensare: fantastico! Un vantaggio enorme! In qualsiasi momento possiamo andare a recuperare con precisione qualsiasi ricordo di cui abbiamo bisogno!

Peccato, però, che poi all’atto pratico non sia proprio così.

Quando torniamo a rileggere una conversazione, riascoltare un discorso o riguardare l’album di un evento, ciò che stiamo facendo, in realtà, è cercare di far combaciare due informazioni che non sono perfettamente sovrapponibili.

Da un lato c’è il ricordo naturale, impreciso e soggettivo, e dall’altro quello digitale, perfetto e immutabile. Ed è qui che si viene a creare una sorta di scollamento tra la percezione ricordata e quella attuale.

Ciò che abbiamo in un archivio digitale è un’informazione estremamente precisa, inoppugnabile e inclemente, ma allo stesso tempo… incompleta. Una riproduzione sicuramente fedele di un accadimento, ma che ne rappresenta solo una parte.

Una conversazione o un evento, infatti, non sono solo parole o immagini. Sono anche il momento in cui avvengono, come ci sentiamo mentre parliamo, quello che sta accadendo intorno, il rapporto che abbiamo con le altre persone in quel preciso istante.

Parlo di un contesto che non può venire immortalato in nessuna registrazione digitale. Si possono conservare le immagini, le parole, l’ordine e l’ora in cui sono state registrate, ma non il significato che avevano per noi in quel preciso istante.

E quindi quello che resta è una traccia che sembra completa, ma che in realtà ha già perso una parte fondamentale di quello che era. E l’ambiguità che la tecnologia sembra eliminare viene, in realtà, semplicemente spostata in un punto meno ovvio e più infido.

In pratica, esattamente come accade per la memoria naturale, quando riguardiamo un ricordo digitale stiamo recuperando una traccia parziale e la stiamo completando con informazioni di adesso: con quello che siamo diventati, con quello che sappiamo oggi, con il modo in cui oggi guardiamo quella relazione, quella persona o quella versione di noi stessi.

Di fatto, le conversazioni o le immagini che vogliamo rievocare non sono più legate indissolubilmente al momento in cui le abbiamo vissute, ma diventano il punto di partenza per una nuova interpretazione che in un certo senso ricomincia da capo a nuove condizioni.

Il paradosso a cui volevo arrivare, dunque, sta nel fatto che ci siamo convinti che rileggere o riguardare sia sempre e comunque una forma più affidabile di rievocare un ricordo rispetto al conservarlo nella nostra mente.

Vediamo lo strumento tecnologico come una sorta di memoria più potente e precisa. Come se le due cose viaggiassero sullo stesso asse, e ricordare fosse il modo fallace mentre recuperare la traccia digitale fosse la correzione a una nostra incapacità naturale.

Peccato che attingere alla memoria umana o a quella digitale non siano due versioni più o meno efficienti dello stesso gesto. Anzi, come abbiamo visto, sono operazioni molto diverse, ognuna con le proprie specificità.

Quando ricordiamo, per quanto il ricordo possa essere fragile, distorto o incompleto, stiamo comunque tornando a qualcosa che abbiamo vissuto dall’interno, qualcosa che per noi era immerso in un contesto, in uno stato emotivo, in una continuità di esperienza che lo rendeva parte di una storia.

La rilettura, invece, prende un frammento di quella storia e lo stacca da tutto il resto. Lo estrae dal suo contesto e lo porta forzatamente nel presente. Lo isola dal noi del passato e chiede al noi del presente di reinserirlo in un nuovo spazio diverso.

La memoria naturale, anche se imprecisa, è sempre coerente con il proprio racconto e con noi: ogni rievocazione influisce sul ricordo stesso, ma le modifiche sono un processo graduale e consistente dall’inizio al presente.

La memoria digitale, invece, si forma all’esterno rispetto a noi ed è immutabile. Le informazioni che vengono immediatamente perse non sono mai transitate al nostro interno: non siamo stati noi a decidere di scartarle o a riadattarle con il tempo.

Quando rileggiamo, allora, non siamo di fronte a qualcosa che a poco a poco è cambiato e si è evoluto insieme a noi, ma a un punto fisso nel tempo che, per quanto detto fin qui, è più difficile da interpretare correttamente per il noi del presente.

Memoria perfetta non è ricordo perfetto

Al giorno d’oggi la tecnologia ci sta spingendo sempre più a pensare che perdere qualcosa sia un problema e che non perdere nulla sia meglio che lasciare andare. Come se bastasse conservare di più per capire di più.

Il che ha senso in molti contesti oggettivi, dove documenti, archivi e registri precisi sono di innegabile importanza, ma non certo in quelli soggettivi che coinvolgono emozioni e ricordi.

Questa idea, che più informazioni abbiamo sul passato più ci avviciniamo alla verità, è diventata talmente naturale che quasi non la mettiamo più in discussione: quante foto scattiamo e quanti video giriamo ogni volta che vogliamo imprimerci qualcosa nella memoria?

Il prof. Della Sala, però, ci spiega anche che la memoria umana funziona bene non nonostante il fatto che dimentichi, ma proprio grazie a questa sua caratteristica: tutto si basa su un equilibrio molto preciso tra ciò che viene mantenuto e ciò che viene lasciato andare.

Al contrario, i sistemi artificiali tendono a fare esattamente l’opposto: conservano tutto senza operare alcuna selezione. E questa differenza cambia completamente il modo in cui le due forme di memoria producono significato.

Nel nostro caso dimenticare serve a orientarsi, a mantenere solo ciò che è utile, mentre in un sistema che non dimentica mai il rischio è che tutto resti sullo stesso piano. È una questione di dare diverso peso alle cose.

Studi citati nel libro mostrano che, nel momento in cui deleghiamo un ricordo a un supporto esterno, la galleria fotografica dello smartphone ad esempio, poi tendiamo a ricordarlo di meno.

Paradossalmente, l’informazione viene archiviata su un supporto più preciso e durevole, ma noi smettiamo di prestarle la stessa attenzione che avremmo prestato altrimenti. Come se il nostro sistema interno si rilassasse e smettesse di fare quella selezione che normalmente farebbe.

Sapere tutto è come non sapere nulla

Negli ultimi tempi il desiderio di non perdere nulla sta diventando sempre più radicato. Si diffondono in commercio strumenti per registrare tutto quello che accade: incontri, conversazioni, pensieri ad alta voce.

Si va dagli occhiali con videocamera ai ciondoli con registratore vocale; dagli speaker per videoconferenza ai bot che assistono alle riunioni.

In certi ambiti, come quello lavorativo in cui si fanno molti incontri o brainstorming, o in caso di difficoltà nel trattenere informazioni e avvenimenti importanti, strumenti del genere possono certamente essere utilissimi.

Ma in generale questa deriva ci spinge sempre più verso l’idea, sbagliata, che nulla debba andare mai perso. Sta diventando una convinzione talmente forte da sembrare naturale, ma la verità è che non potrebbe essere più distante dalla natura.

Nel romanzo La casa di marzapane, di Jennifer Egan, viene descritto un mondo costruito proprio sulla possibilità di accedere alla propria memoria, e addirittura anche a quella collettiva, senza alcuna limitazione.

In questo bellissimo romanzo, in cui si incastrano le vicende di molteplici personaggi, viene descritto uno strumento chiamato Cubo Mandala che permette a ciascuno di scaricare ogni ricordo accumulato fino a quel momento in uno speciale dispositivo a forma di cubo, appunto.

Una volta scaricati i ricordi, gli utenti possono andare a rivederli in comodità, rivivendoli come filmati in soggettiva e muovendosi avanti e indietro fra le registrazioni.

Lo strumento è talmente preciso e potente che è in grado di recuperare anche ricordi che normalmente non sarebbero accessibili perché naturalmente dimenticati. In questo modo letteralmente qualsiasi esperienza vissuta dal soggetto può essere rievocata e rivissuta.

All’inizio è una situazione che a molti appare fantastica: un potenziamento della memoria naturale che la rende perfetta, indelebile e sempre accessibile. Poco alla volta, però, il romanzo ci mostra come in realtà non sia affatto così.

A parte i problemi di privacy nel condividere un dato importante come la propria memoria con altri utenti del servizio o, peggio ancora, con una multinazionale, il primo vero limite diventa il non sapere cosa farsene di tante informazioni.

Ci sono alcuni personaggi del libro che restano sopraffatti dalla quantità di ricordi ai quali hanno accesso dopo aver scaricato la propria memoria. Altri ricordano cose che avrebbero preferito dimenticare.

Rifluiscono in loro fiumi di avvenimenti e momenti dolorosi che la loro memoria umana aveva rielaborato e stemperato, o situazioni spiacevoli dimenticate riguardo a persone incontrate nel corso della vita.

C’è perfino chi arriva a rendersi conto che non tutte le storie meritano di essere raccontate o ricordate, e chi si rifiuta di rievocare certi ricordi e si chiede, cito, Come potrebbe la rivisitazione senza filtri di quei tempi migliorare la storia fornita dal suo semplice ricordo?

Alla fine, le vicende dell’ultimo personaggio si concludono con la consapevolezza che, altra citazione, Sapere tutto però è troppo simile a non sapere nulla: senza una storia, non c’è che informazione.

Insomma, quando hai accesso a tutto, quando ogni esperienza è disponibile nello stesso modo, senza filtri, senza selezione, senza perdita, quello che viene meno non è la quantità di informazioni. È il loro significato.

Certo, noi oggi non siamo ancora a questo livello, ma forse ci stiamo avvicinando e, soprattutto, forse il problema è che ci stiamo convincendo che quello sia l’obiettivo da perseguire.

Passo dopo passo, strumento dopo strumento, stiamo maturando l’idea che l’accumulo di conoscenza sia qualcosa di unicamente positivo, sia il meglio da fare in ogni circostanza.

Quello a cui invece dovremmo pensare quando usiamo i nostri giocattoli tecnologici è che l’accumulo senza un significato non si trasforma automaticamente in valore, ma resta soltanto rumore di fondo.

Quello che perdiamo quando non perdiamo nulla

Forse il punto, alla fine, è che questa storia non riguarda solo la memoria e i ricordi: riguarda il modo in cui il passato continua a persistere dentro le nostre vite.

Un tempo, semplicemente, una parte enorme di quello che ci accadeva spariva. Non tutta insieme, non di colpo, ma spariva abbastanza da lasciare spazio al resto.

Le conversazioni si confondevano, i dettagli si allentavano, certe frasi smettevano di essere così nitide, e dentro questo lento sfumare c’era qualcosa che abbiamo sempre trattato come un difetto, senza considerarne gli aspetti positivi.

Il passato, per continuare a esistere per noi, non può restare identico a sé stesso. Deve cambiare forma. Deve smettere di essere presenza e diventare racconto. Deve perdere qualcosa per poter restare con noi in un altro modo.

Ed è forse proprio questo che adesso stiamo iniziando a mettere in discussione, nel momento in cui ci abituiamo all’idea che nulla debba più sfumare. Che ogni parola possa essere recuperata. Che ogni traccia possa tornare disponibile. Che ogni momento possa restare lì, pronto a essere riaperto come se il tempo, in fondo, non avesse più il diritto di fare il suo lavoro.

Ed è chiaro perché questa promessa ci affascini tanto: perché ci rassicura. Ci dà l’impressione che, finalmente, qualcosa possa smettere di sfuggirci. Ci dà l’illusione del controllo.

Non sarete più costretti ad affidarvi a quella memoria instabile, selettiva e persino inaffidabile di cui siete naturalmente dotati. Ce lo sta dicendo la moderna tecnologia.

Eppure, forse, è proprio qui il concetto più difficile da vedere.

Se la memoria umana non è mai stata fatta per conservare tutto, ma per trattenere quello che conta abbastanza da poterne ricavare un senso, allora una memoria che non lascia andare nulla non è semplicemente una memoria più forte.

È qualcosa di diverso. Qualcosa che rischia di non somigliare più a ciò che, fino a oggi, abbiamo chiamato ricordare. Qualcosa che potrebbe non essere per forza adatto al nostro modo di funzionare.

Perché ricordare, per come lo facciamo noi, non è mai stato il semplice fatto di avere accesso al passato, ma un modo di trasformarlo abbastanza da poterci convivere, da poterlo riportare nel presente senza esserne schiacciati, da farne una storia e non soltanto un deposito.

Per usare le parole di Fred Madison, nel film Strade perdute di David Lynch: preferisco ricordare le cose a modo mio… non necessariamente come sono avvenute.

Elogio della dimenticanza

A chiudere il ragionamento c’è una poesia di Bertolt Brecht, Elogio della dimenticanza, letta da Jolanda Granato, una delle voci più amate del panorama del doppiaggio italiano e una delle mie voci preferite in assoluto. Ne riporto solo qualche verso:

Buona cosa è la dimenticanza!

Altrimenti come farebbe

il figlio ad allontanarsi dalla madre che lo ha allattato?

[…]

La fragilità della memoria

dà forza agli uomini.

Il testo completo, con la lettura di Jolanda, si ascolta nell’episodio.

Valerio Galano
Grande capo